lunedì 30 aprile 2012

Usa, Nutella amara: risarcimento da 3 milioni Class action per una pubblicità ingannevole

La battaglia nutrizionista della mamma americana ha un sapore amaro per Nutella. Ferrero USA Inc, filiale statunitense dell'omonima multinazionale piemontese e produttrice della crema al cioccolato e nocciole più famosa del mondo, è stata condannata da un tribunale americano a pagare un risarcimento di oltre 3 milioni di dollari per una pubblicità «ingannevole» trasmessa negli Usa e che descrive la Nutella come un prodotto «nutriente» e «salutare». Il giudice ha anche deciso che chiunque dimostri di aver acquistato un barattolo di Nutella negli Stati Uniti tra l'1 gennaio 2008 e il 3 febbraio 2012 può presentare denuncia fino al prossimo 5 luglio e avrà diritto a 4 dollari per ogni confezione comprata (i clienti di Nutella però potranno essere risarciti al massimo per l'acquisto di 5 barattoli). LA CLASS ACTION - La sentenza è l'ultimo atto di una battaglia iniziata nel febbraio del 2011 da Athena Hohenberg, una mamma di San Diego che al tempo dichiarò di aver deciso di dare da mangiare alla figlia di 4 anni la crema al cioccolato dopo aver visto in tv la pubblicità incriminata. La donna ha rilevato che nello spot la Nutella era presentata come un prodotto nutriente e «parte di una colazione equilibrata e sana», adatta ai bambini. Più tardi, invece, avrebbe scoperto che la famosa cioccolata conteneva «pericolosi livelli di grassi saturi» e non era affatto salutare. Anzi la mamma americana sarebbe rimasta letteralmente scioccata dopo aver saputo che - a differenza di ciò che si diceva nello spot - solo due cucchiai di nutella contenevano circa 200 calorie, di cui la metà era composta da grassi. La Hohenberg, a cui più tardi si sarebbero aggiunti tanti altri genitori americani trasformando così la causa legale in due diverse class action (una promossa dai cittadini californiani, un'altra dai consumatori che vivono negli altri stati americani), ha chiesto l'immediato ritiro dello spot e la restituzione da parte dell'azienda dei guadagni ottenuti grazie a una «campagna pubblicitaria fraudolenta». NUOVA CAMPAGNA MARKETING - Dopo la sentenza di condanna, la filiale americana della Ferrero, ha accettato di cambiare la sua campagna marketing negli Usa e di modificare l'etichetta presente sulla confezione dove saranno specificati i livelli di grassi e di zuccheri contenuti nel prodotto. Inoltre nuove correzioni saranno apportate anche al sito web dell'azienda e soprattutto saranno realizzati nuovi spot pubblicitari: «La Ferrero Usa Inc. continua a sostenere il suo prodotto e s'impegna a migliorarne la qualità in moda da ottenere la soddisfazione dei consumatori - ha dichiarato un portavoce della filiale americana - Crediamo che è nell'interesse della compagnia risolvere queste controversie e perciò abbiamo raggiunto un accordo con le parti interessate». Le modifiche della strategia di marketing riguarderanno unicamente l'attività negli Usa: «L'accordo transattivo raggiunto da Ferrero negli Stati Uniti è relativo al solo contenzioso nato dalla pubblicità trasmessa negli Stati Uniti e alla conformità di quest'ultima alle esigenze della legislazione americana: ha dichiarato in un comunicato la multinazionale piemontese - Non vi è nessun tipo di necessità di correggere da parte dell'azienda i suoi comportamenti commerciali e pubblicitari negli altri paesi, né intervenendo sulla confezione del prodotto, né sul posizionamento di marketing». CRITICHE ALL'INIZIATIVA - Le due class action contro Nutella sono state accolte favorevolmente dalla stampa americana, ma non mancano le voci dissonanti. Ad esempio il settimanale L.A. Weekly ha messo in dubbio i benefici dell'iniziativa e ha invitato le mamme californiane a leggere più attentamente le etichette dei prodotti: «Provate a preparare da sole gli spuntini ai vostri figli - si legge su un blog della rivista di Los Angeles - Se preparate cibi buoni, vedrete che un barattolo di Nutella, di tanto in tanto, non uccide nessuno. E poi è dannatamente buona quando è spalmata su una crêpe». corriere.it

Continua a leggere...